Pubblicato in: Blues, Rock e Punk

Tom Waits, la voce maledetta dell’America

di Roberto Sonego 15 aprile 2013
Tom Waits, la voce maledetta dell’America
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Non si può definire la voce di Tom Waits, ma si può tentare di definire lui. Un cantautore, un musicista da strada, un attore, un poeta… un maledetto.

tom_waitsLo stile di Waits fu subito influenzato da uno degli artisti che incontrò per primo nella sua lunga carriera, lo scrittore maledetto per eccellenza, colui che ha sempre fatto dell’eccesso il suo stile di vita: Charles Bukowski.

L’incontro avvenne in un fumoso locale di Los Angeles, dove Waits stava cantando una delle sue ballate disperate accompagnato da una lettura di Buk. L’attitudine a descrivere, ognuno a suo modo, la sconfitta del sogno americano e il voler raccontare storie di americani perdenti rese la loro amicizia solida negli anni.

La sua musica, lo stile rozzo e povero, e cantare storie di chi non ce l’ha fatta sono il risultato anche delle sue umili origini. Durante l’infanzia, infatti, il suo principale passatempo era girare per le strade di Los Angeles ascoltando storie di prostitute, ubriaconi, barboni e tutti i personaggi che popolavano e popolano tutt’ora gli angoli delle strade della metropoli americana. E tutti questi personaggi e le loro storie faranno da filo conduttore in tutte le opere del grande Tom.

Tom Waits nasce a Pomona, California, nel 1949. Fin da piccolo si interessa al jazz anni ’30 e impara a suonare il pianoforte. Da adolescente si mette in mostra improvvisando al pianoforte nell’ Heritage House di San Diego, il locale dove lavorava, convincendo così il responsabile a farlo suonare ogni sera. Sono i primi dollari che Tom guadagna con la sua musica.

Tom Waits, per rendere l’idea, è sempre stato l’esatto contrario di Bruce Springsteen. L’uno schivo e che preferiva i fumosi locali malfamati di Los Angeles, l’altro che rendeva bene solo su di un palco circondato da centinaia di migliaia di fans urlanti. Per rendere ancor meglio la figura di Tom Waits si immagini un pipistrello che si nasconde di giorno per uscire allo scoperto e vivere la notte. Ecco, Tom era un perfetto pipistrello, usciva a suonare proprio la notte quando metà della città stava dormendo e l’altra metà stava in postacci fumosi pronti ad ubriacarsi, fumare ed ascoltare qualche musicista reclutato dalla strada.

Il 1973 fu l’anno dell’album d’esordio, Closing Time, il cui titolo faceva, appunto, riferimento all’orario di chiusura dei negozi, molto famigliare al nostro Tom.

A distanza di un anno uscirà  Heart of a Saturday Night. Il riferimento alla sua vita sregolata torna anche in questo titolo in cui il night è la parte del giorno dove prende vita il Tom Waits musicista.

Seguirà Nighthawks at the River, e ancora Small Change, il suo primo vero capolavoro: meraviglioso cantico della solitudine, sentimento che cercava e che permeava la vita dell’artista.

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Il modo di cantare di Tom, caratterizzato da un grande trasporto carico di disperazione, contribuisce a dargli fama e credibilità da un lato, ma dall’altro lo spinge sempre più giù in un abisso di autodistruzione e sconsolatezza. Una costante ricerca del buio  e di stare lontano da tutto e tutti, la sua discesa verso l’inferno.

Ciò che teneva vivo Waits era la voglia di scrivere musica e di suonare: il suo immenso amore per la musica e il bisogno di far sapere che aveva qualcosa di vero e disperato da comunicare con le sue canzoni.

Non passò molto tempo da quando scrisse Foreign Affairs, quando conobbe Rickie Lee Jones la prima che riuscì a mettere un freno alla passione di Tom Waits per le donne, che insieme ad alcool e macchine animavano l’artista.

Questi erano anni importantissimi per la musica, anni in cui erano in suonavano gruppi fondamentali come Pink Floyd, Led Zeppelin e tanti altri. Il repertorio di Tom Waits però faceva impallidire tutti gli altri suoni, con i suoi accordi così rudimentali, pochi strumenti e una voce che sembrava sempre più uno strofinare di carta vetrata. Una vera e propria icona per chi rifuggiva la solita musica ed era in cerca di qualcosa che deliziasse le orecchie e straziasse i cuori.

E come ci riusciva… Blue Valentine nel 1978, Heartattack and Wine nel 1980 furono i lavori con i quali Tom Waits entrò di prepotenza nel nuovo decennio. Ma sempre dalla porta di servizio.

In questo secondo lavoro è presente quella Jersey Girl poi ripresa proprio da Bruce Springsteen col quale Waits tentò un improbabile sodalizio artistico che, proprio per la diversità dei due soggetti, naufragò praticamente appena nato.

La fortunata carriera cinematografica per Waits cominciò con il regista Francis Ford Coppola, che gli ritagliò piccoli ruoli in film importanti (I ragazzi della 56° strada, Rusty il selvaggio e Cotton club), per poi culminare con il ruolo di coprotagonista nel capolavoro di Jim Jarmush Down by Law con John Lurie e Roberto Benigni.

Gli album che seguono sono un manifesto della sperimentazione di nuovi suoni e ritmi: Swordfishtrombones del 1983, Raindogs del 1985, Frank’s Wild Yeard del 1987 e Big Time del 1988. In questi lavori Waits si avvale anche di eccellenti collaborazioni, come quella del chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards.

E continua di pari passo, e con grandi risultati, anche la carriera cinematografica: lo ricordiamo in Dracula e America Oggi, diretto da Robert Altman. Contemporaneamente sono arrivati anche gli album Bone Machine del 1992 e The Black Rider del 1993.

tom-waits_swordfishtrombones

Dopo tanti lavori originali doveva arrivare anche per questo artista dall’inconfondibile voce la volta di pubblicare un’antologia, che vide la luce nel 1998.

Nel frattempo sembrava che Tom fosse riuscito a mettere la testa grazie all’amore di Kathleen Brennan e dei due figli avuti da lei. I danni derivati dai lunghi anni di eccessi e dipendenze però non si potevano cancellare: soprattutto al timbro della sua voce, sempre meno urlata e sempre più roca e sussurrata, quasi appena percettibile.

Uno dei suoi migliori lavori, nonostante tutto, resterà Raindogs del 1985. Un vero e proprio calderone caleidoscopico nel quale trovavano posto ritmi latini, strumenti per tutti i gusti e tanto tanto divertimento nello sperimentare.

Nel 1999, lascia la Island records per una nuova casa discografica: l’etichetta Anti-Epitaph, che pubblica Mule Variations, un album che esprime tutta l’ipertrofia creativa di Waits. A questo disco segue un tour mondiale che  lo porterà, per la prima volta, anche in Italia. I lavori con cui apre il nuovo decennio, Blood Money e Alice, mettono in risalto anche la sua ‘innata qualità di teatrante.

Nel 2004 c’è un ritorno alle origini. In Real Gone, Waits abbandona le novità tecnologiche e le sperimentazioni degli ultimi lavori e costruisce l’album su una musica grezza e ruvida, con accordi all’osso,  che aveva caratterizzato i suoi primi pezzi. Seguono Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards nel 2006 e nel 2009 il live Glitter and Doom.

Il 2011 è un anno molto importante nella carriera di Tom Waits. Viene finalmente riconosciuto dalla Rock and Roll Hall of Fame e insignito del premio da un mito vivente come Neil Young. E’ anche l’anno dell’uscita del suo ultimo lavoro in studio, che prende il titolo di Bad as Me.

 

Tom Waits, la voce maledetta dell’America
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