Pubblicato in: Rock e Punk

Patti Smith, l’anima ribelle del rock

di Roberto Vanazzi 22 aprile 2011
Patti Smith, l’anima ribelle del rock
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Scrittrice, poetessa, pittrice, idealista politicante, attrice e cantante, intelligente e strafottente, Patti Smith è stata senza dubbio l’anima ribelle del punk americano anni settanta e parte integrante della rivoluzione culturale in atto in quel periodo.

Nata a Chicago il 30 dicembre 1946, Patti Smith si è trasferita da bambina a Pittman, nel New Jersey. Nel 1967, ancora giovanissima, ha dato alla luce un figlio ed è scappata a New York. Da li, insieme alla sorella Linda, è partita alla volta di Parigi al seguito di una troupe teatrale. Per un po’ la ragazza ha vissuto a Charleville, città natale del poeta simbolista Arthur Rimbaud, che diventerà il principale ispiratore delle sue opere. In seguito ha fatto ritorno nella Grande Mela, dove ha iniziato a esibirsi come cantante nei metrò e nei locali underground, facendosi conoscere ai maggiori appuntamenti d’arte moderna e scrivendo poesie. In quel periodo viveva al Chelsea Hotel, cuore della vita artistica della città, accanto a gente del calibro di Andy Warhol, Janis Joplin e Sam Shepard, con il quale ha scritto una serie di copioni. Poi, con il suo boyfriend Alan Lanier, chitarrista dei Blue Oyster Cult, si è trasferita al Greenwich Village, dove si è ritrovata come vicino di casa Bob Dylan.

Nel 1974, dopo avere pubblicato tre libri di poesia, Patti ha finalmente iniziato anche la sua attività di cantante, facendosi trovare in prima fila nel neonato movimento punk newyorkese con il singolo Piss Factory/Hey Joe. Gli storici della musica hanno posto la data dell’uscita di questo disco come anno zero del punk americano.

L’anno seguente è nato il Patti Smith Group, con i giovanissimi Lenny Kaye (chitarra e voce), Richard Shol (Tastiere), Ivan Kral (Basso) e Jay Dee Daugherty (Batteria), uno degli ensemble musicali tra i più compatti del periodo. Insieme ai Television di Tom Verlaine, Patti e la sua band hanno conquistato la città con esibizioni al CBGB’s e in altri locali allora considerati templi del punk.

Patti Smith Group

Alla fine del 1975 la musica di Patti Smith è dilagata da New York al resto del Paese grazie al LP Horses, uno dei capolavori del rock americano. Prodotto da John Cale, l’album è una miscela azzeccata di musica e poesia, con l’affascinante voce della ragazza in primo piano. Ad aprire la track list sono le note travolgenti e stravolte di G.L.O.R.I.A., cover dei Them di Van Morrison, alla quale Patti “incolla” una sua dissacrante poesia “Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, ma non i miei”. Segue Redondo Beach, un triste brano dall’andamento reggae che parla del suicidio di una ragazza innamorata di un’altra ragazza. Vi sono poi due brani di lunghissima durata. Il primo è Birdland, influenzato dal jazz, genere cui la madre di Patti era molto legata. Il testo di Birdland è ispirato dal libro di Wilhelm Reich “A Book Of Dream” e parla di un bambino che in viaggio su un’astronave trova lo spirito del padre morto e lo prega di portarlo con sé. L’altro è Land, canzone divisa in tre parti che contiene un tributo al suo idolo Rimbaud e una citazione dalla canzone Land Of A Thousand Dances di Chris Kenner. Kimberley, pezzo prettamente new wave, Break It Up, che vede ospite Tom Verlaine, la scatenata Free Money e la trasognata Elegie sono gli alti pezzi storici.

A distanza di pochi mesi dall’esordio Patti Smith si è confermata la stella più fulgida del panorama rock incidendo Radio Ethiopia, un travolgente delirio rock che ha nella lunghissima orgia sonora della title track (inerente ancora a Rimbaud e ai suoi desideri di morte), nella solenne Pissing In The River (stupendo l’intro di pianoforte) e nella rabbiosa Ask The Angel i suoi pezzi migliori. Molto belle sono anche l’indemoniata Pumping (My Heart) e la malinconica Ain’t It Stranger.

Alla fine degli anni ’70 Patti è stata costretta a fermare le attività a causa di una caduta dal palco durante un concerto a Tampa, che le ha causato la frattura di alcune vertebre. La sosta forzata le è stata comunque utile per scrivere nuove poesie e i brani che sono finiti su Easter. Se Horses e Radio Ethiopia avevano gettato il seme, con Easter la sua esplosione è stata pari a un terremoto. In giro si parlava solo di questa geniale rocker dai jeans sdruciti e lo sguardo allucinato. Uscito nel 1978, è un lavoro prettamente impostato su temi religiosi, dove le liriche inquietanti sono forse più importanti della musica. Because The Night, scritta a quattro mani con Bruce Springsteen, è la canzone più conosciuta del disco. Ci sono poi la satanica Three, arrangiata da Tom Verlaine nel 1974, l’ipnotica Ghost Dance, brano dal sapore folk che parla del dramma degli indiani d’america, 25th Floor, le hard rock songs Till Victory e Space Monkey, la scatenata Rock’n’Roll Nigger, inno alla rivolta sociale, e  Privilege (Set me Free), il cui testo è tratto dal Salmo 23.

C’è infine da segnalare che Bruce Brody aveva sostituito Shol alle tastiere.

Patti Smith - Easter

Da quel momento la Smith ha iniziato un lento ma graduale allontanamento dalle scene musicali. Nel 1979, prodotto da Todd Rundgren, è stato rilasciato Wave, il quale ha ottenuto un riscontro inferiore rispetto ai dischi precedenti, pur contenendo brani di buon successo quali Frederick, dedicata al suo fidanzato Fred “Sonic” Smith, chitarrista dei MC5, la rockeggiante Dancing Barefoot, in seguito coverizzata anche dagli U2, e So You Want To Be A Rock’n’Roll Star, rifacimento di un brano dei Byrds.

Il tour mondiale che è seguito ha toccato anche l’Italia, dove la rocker di Chicago ha folgorato migliaia di fans nei concerti di Firenze e Bologna.


Nel 1980 Patti si è sposata con Smith e si è ritirata a vivere a Detroit, dove nel 1982 ha dato alla luce Jackson e nel 1987 Jessika. Tranne che per sporadiche apparizioni locali di lei non si è saputo più niente.

Poi, all’improvviso, nel 1988 è uscito Dream Of Life, che vede anche il marito alla chitarra. Si tratta di un prodotto discreto, abbastanza commerciale. Il brano di punta è People Have The Power, che in quel periodo girava spesso per le radio. Quindi Up There Down There, l’articolata Where Duty Calls, Looking For You (I Was) e la title track. La dolce Path That Cross è dedicata alla memoria di Sam Wagstaff, il ricco collezionista d’arte, mentore di Patty Smith, morto quello stesso anno.

A quel punto è seguito un altro lungo periodo di silenzio, causato soprattutto da una serie di lutti che hanno toccato la vita privata di Patti: il pianista Richarsd Shol, il fratello Tod e, infine, il marito Fred.

La sacerdotessa del rock è tornata sulla scena musicale nel 1996 con Gone Again, un album che aveva iniziato a scrivere con il marito e che poi ha chiuso in un cassetto sino a quel momento. I brani più belli, a mio parere, sono Beneath The Southern Cross, con quell’intro di chitarra che riporta ai tempi di Easter, e la rabbiosa Southern Cannibals. Quindi la cover di Bob Dylan The Wicked Messenger, la ballata My Madrigal e le lunghissime Fireflies.e About A Boy, quest’ultima dedicata a Kurt Cobain, del quale Patti era una grande fan.

L’anno successivo è arrivato nei negozi il settimo album della cantante americana, intitolato Peace And Noise. Con la canzone 1959 Patti ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards quale “migliore performance rock femminile.” Da ascoltare anche Waiting Underground e Memento Mori, anche se questo disco è ben lontano dai fasti del passato.


Nel 2000 è la volta di Gung Ho, un lavoro dedicato a Ho Chi Minh, rivoluzionario e presidente vietnamita negli anni ’50 e ’60, e ai drammi che affliggevano il pianeta, come ad esempio l’invasione cinese del Tibet. I pezzi migliori sono One Voice, che parla di Madre Teresa di Calcutta, Glitter In Their Eyes, che ha ricevuto un’altra nomination ai Grammy e che ospita la voce di Michael Stipe dei R.E.M., New Party e i quasi 12 minuti di Gung Ho.

Quattro anni più tardi è uscito Trampin’. Il disco comprende varie canzoni sulla maternità e vuole rendere omaggio alla madre di Smith, morta due anni prima. Esso si apre con la stupenda Jubilee, la migliore canzone della track list. Quindi troviamo Radio Baghdad, un pezzo nato nello studio di registrazione grazie all’apporto del nuovo compagno di Patti, Oliver Ray, nel quale la cantante s’immedesima in una mamma irachena che canta la ninna nanna al figlio, con le bombe in sottofondo. Altri brani degni di menzione sono la romantica Mother Rose, My Blakean Year, dai toni country, Cartweels, e la folk ballad Peaceable Kingdom. Da notare che nella title track il pianoforte è suonato dalla figlia Jessika.

È questo l’ultimo lavoro originale di Patti Smith, perchè Twelve, arrivato nei negozi nel 2007, contiene dodici cover di personaggi quali Jimi Hendrix, Nirvana, Beatles, Rolling Stones, Jefferson Airplane, Bob Dylan, Doors, Neil Young, Almann Brothers Band, Paul Simon, Tears For Fears e Steve Wonder.

Nel 2008 la Patti poetessa ha rilasciato un doppio CD contenente un suo poema da lei letto con l’accompagnamento di Kevin Shields, chitarrista dei My Bloody Valentine. Il titolo è The Coral Sea ed è uno straziante omaggio all’amico Robert Mapplethorpe, fotografo americano morto di AIDS nel 1989. I due CD consistono di due differenti performance, una del 2005 e l’altra del 2006.


In seguito Patti ha iniziato una stretta collaborazione con La Casa Del Vento, gruppo Combat Folk di Arezzo, con i quali l’anno scorso si è esibita in favore di Emergency a Bolzano e a Firenze.

Il 17 maggio 2010, la Smith ha ricevuto un dottorato honoris causa in Belle Arti presso il Pratt Institute, di New York. In questo momento, invece, sta lavorando a un romanzo giallo ambientato a Londra.

Insomma, Patti Smith è quel che si dice un’artista a tutto tondo, che ha avuto la fortuna non solo di vivere nel periodo della rivoluzione culturale, ma di esserne un ingrediente essenziale, con la sua musica, le sue poesie e la sua arte. Come Janis Joplin, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, John Lennon, Jim Morrison, anche Patti era e per fortuna, al contrario degli altri, lo è ancora, un personaggio impregnato dal morbo della genialità.

Patti Smith, l’anima ribelle del rock
5 votes, 4.80 avg. rating (93% score)

Una replica a “Patti Smith, l’anima ribelle del rock”

  1. Salvatore scrive:

    Che star ambigua…, vestita sempre da uomo e con una faccia mascolina che la lunga chioma non riesce ad addolcire. “Sacerdotessa” del rock? Io ho la sensazione che costei sia sacerdotessa ma non del rock…..