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Il leggendario Hard Rock di David Coverdale e dei Whitesnake

di roberto.vanazzi

22 giugno 2010

Le vicende dei Whitesnake sono legate a doppio filo con quella dei Deep Purple, tanto che i primi possono quasi essere considerati come una sorta di emanazione dei secondi. Il tutto, infatti, è cominciato nel luglio del 1976, quando gli autori di Smoke On The Water e Child In Time si sono sciolti. David Coverdale, allora voce del gruppo, ha rifiutato la proposta di unirsi al trio Paice, Ashton e Lord e ha deciso d’intraprendere la carriera da solista.

Il cantante di Saltburn-by-the-Sea non ha perso tempo e nel giro di un paio d’anni ha inciso due album dal timbro prettamente blues, David Coverdale’s Whitesnake e Northwind’s. In realtà, più che un prodotto del solo Coverdale, essi erano già il frutto di un lavoro di gruppo. Sulla copertina del primo, come si nota, compare il nome Whitesnake, anche se questa è diventata la sigla della band soltanto nel 1978, con l’uscita dell’EP Snakebite, lavoro in cui sono presenti un paio di pezzi, Come On e Ain’t No Love In The Heart Of The City, che resteranno nel repertorio live della band anche nei tempi a venire.

Il primo LP della band è da considerarsi Trouble, edito sul finire dello stesso anno. In quel caso Coverdale era affiancato da musicisti già affermati nel panorama rock britannico, a partire dal tastierista storico dei Deep Purple Jon Lord. Quindi i chitarristi Micky Moody, già con Coverdale nei suoi album solisti, e l’ex UFO Bernie Marsden; il bassista Neil Murray e il batterista David Dowle, che aveva suonato con l’altro singer dei Deep Purple Ian Gillan.

Il sound ricalca il classico stile del rock duro inglese di quel periodo, con qualche fuga nel R&B e nel blues, al quale la voce calda e roca del cantante si adatta perfettamente, come già dimostrato ai tempi dei Deep Purple (basta ascoltare la magnifica Mistreated dall’album Burn). Nel disco, insieme a splendidi brani quali Take Me With You, Don’t Mess With Me, Love to Keep You Warm e Lie Down (A Modern Love Song), trova posto anche la cover dei Beatles Day Tripper.

Il tour promozionale è stato immortalato sull’album Live At Hammersmith, nel quale su tutti spicca una bella versione proprio di Mistreated.

Nel 1979 è arrivato nei negozi Love Hunter, un lavoro più maturo rispetto il precedente, che presenta un suono sospeso a metà fra hard rock e hard blues, con liriche dedicate alla vita da strada, all’alcol e alle donne. La title-track, Mean Business, Medicine Man, Walking in the Shadow of the Blues, la ballad We Wish You Well e la cover del bluesman Leon Russell Help Me Thro’ The Day, sono i pilastri dell’album.

Con i Deep Purple fermi da tempo, a quel punto i Whitesnake erano considerati i loro eredi naturali. Ciò ha consentito a Coverdale di acquisire grande notorietà, soprattutto in patria e in Giappone. Per quanto riguarda il mercato statunitense, invece, c’è voluto molto più tempo, nonostante all’inizio del 1980 la band ha eseguito nel Paese a stelle e strisce un buon tour come spalla dei Jethro Tull.

Nello stesso anno la band è arrivata in cima alla hit-parade con il singolo in classico stile Hard Rock Fool For Your Loving, originariamente scritto da Coverdale per il suo idolo B.B. King.

Anche l’LP che ne è seguito, Ready An’Willing, nel quale si ha la presenza di un altro componente storico dei Purple, il batterista Ian Paice, ha portato altra fama al gruppo. Oltre a Fool For Your Loving, sono da citare Ain’t Gonna Cry No More, Ready an’Willing e Blindman, quest’ultima già presente sul primo lavoro solista di David.

Il momento magico di Coverdale e soci è quindi stato confermato dall’ottimo disco dal vivo Live…In The Heart Of City, con registrazioni on stage realizzate tra il 1978 ed il 1980.


Nel 1981 è stato pubblicato il quinto album da studio del “Serpente Bianco”, Come An’ Get It, che è subito balzato al secondo posto delle classifiche britanniche. Il pezzo forte è la rabbiosa Don’t Break My Heart Again, ma anche Lonely Days Lonely Nights, Wine Women and Song e Would I Lie to You.

Impegni individuali di Lord e di Marsden, accompagnati da qualche tensione interna, hanno ritardato la pubblicazione di Saints & Sinner, uscito alla fine del 1982. Nel disco trovano posto pezzi pregiati quali Young Blood, Saints an’Sinner, Love an’ Affection, Here I Go Again e Crying In The Rain.

Subito dopo l’uscita dell’album Marsden, Paice e Murray hanno lasciato la band. A fare compagnia a Coverdale era rimasto solo Jon Lord, quindi, per intraprendere il tour il leader è stato costretto a reclutare nuovi elementi nelle figure del chitarrista Mel Galley, del bassista Colin Hodgkinson e del bravo batterista Cozy Powell. Con la nuova line-up i Whitesnake si sono presentati al festival di Castle Donington del 1982, ottenendo un notevole successo, tant’è che l’anno seguente il gruppo è tornato come headliner, confermandosi tra i migliori fenomeni live del Hard Rock.

Con Slide It In, rilasciato nel 1984, il gruppo inglese ha intrapreso una strada verso un rock più commerciale, presentando canzoni orecchiabili quali Guilty Of Love, Give Me More Time, Slow n’ Easy, la power ballad Love Ain’t No Stranger e la potente title track.
Nonostante il discreto successo però, i Whitesnake sono entrati ancora in crisi e hanno perso per strada Jon Lord, interessato alla imminente rifondazione dei Deep Purple, e Cozy Powell, chiamato da Keith Emerson e Gregg Lake per sostituire Carl Palmer negli ELP.

Coverdale non si è perso d’animo e, dopo un’ultima esibizione al Rock Festival di Rio, nel 1985 si è trasferito negli Stati Uniti dove ha firmato per la Geffen. A quel punto il produttore della casa discografica, Keith Olsen, lo ha convinto a pubblicare una versione rimasterizzata di Slide It In, per tentare di sfondare nel mercato americano. Il lavoro presenta gli stessi brani dell’album del 1984, ma con una scaletta diversa e rivestiti di maggiore vigore.
Purtroppo la manovra non è piaciuta a Moody, che ha lasciato definitivamente il gruppo. Al suo posto è arrivato il giovane guitar-heroe John Sykes, che aveva prestato servizio presso i Thin Lizzy. Con Sykes, che ha rivestito anche la carica di compositore, sono arrivati il tastierista ex Deep Purple Don Airey, il batterista Aynsley Dunbar, ed è tornato alla base Neil Murray.

Nel 1987 il gruppo ha realizzato Whitesnake, uscito in ritardo a causa di un’operazione alle corde vocali da parte del cantante. L’hard blues e il rock stradaiolo degli esordi erano ormai lontani e hanno ceduto ad un rock più da raffinato, che ha permesso al disco di volare in cima alle classifiche americane, regalando un nuovo slancio al mito della band.
I rifacimenti di Here I Go Again e Crying In The Rain, la scoppiettante Bad Boys, Still Of The Night, dal sound vagamente zeppeliniano, la tenera Is This Love e gli oltre 6 minuti di Looking For Love sono i migliori pezzi dell’album dei Whitesnake che ha venduto più di tutti.

La fama raggiunta, però, non ha soddisfatto Sykes, il quale ha lasciato la band per formare i Blue Murder. Così per il nuovo disco, uscito nel 1989 e intitolato Slip Of The Tongue, Coverdale è stato costretto a cercare un sostituto degno di nota, trovandolo prima in Vivian Campbell, che aveva suonato con Ronnie Dio, e poi nel maestoso Steve Vai. Con il funambolico chitarrista sono arrivati anche l’ex bassista dei Quiet Riot Rudy Sarzo, Tommy Aldridge, già batterista di Ozzy Osbourne, e il chitarrista olandese Adrian Vandenberg, il quale non ha partecipato alle sessioni di registrazione a causa di una tendinite, ma compare come autore al fianco di Coverdale in tutte le canzoni, fatta eccezione, naturalmente, per il rifacimento della vecchia Fool For Your Loving.
Il singolo di maggior successo del disco è la ballad The Deeper The Love, quindi sono da ascoltare le splendide Judgment Day e Sailing Ships.
Da notare che un altro ex membro dei Deep Purple, Glen Hughes, è presente nel disco come corista.


Dopo un lunghissimo tour mondiale, durato da febbraio alla fine di settembre del 1990, durante il quale ogni data ha stabilito il tutto esaurito, a sorpresa David Coverdale ha annunciato lo scioglimento della band.

Nel 1994, dopo che Coverdale aveva cercato successo, senza trovarlo, unendosi in un progetto a due con nientemeno che Jimmy Page, è uscita la raccolta Whitesnake Greatest Hits, che ha anticipato la reunion del gruppo. Con il cantante c’erano ancora i vecchi compagni Sarzo e Vandenberg e tre nuovi innesti, il chitarrista dei Ratt Warren DeMartini, il tastierista Paul Mirkovich e Denny Carmassi alla batteria.
Il successo in Europa e in Giappone è stato enorme, ma non si può dire altrettanto per gli Stati Uniti, dove il fenomeno del grunge aveva ormai soppiantato tutti gli altri generi musicali.

Tre anni più tardi è uscito il nuovo album Restless Heart, naturalmente con un’ennesima line-up, grazie all’arrivo del bassista Guy Pratt e del tastierista Brett Tuggle, che già avevano lavorato con il cantante durante il progetto Coverdale/Page.
Il disco ricalca il rock orecchiabile degli ultimi lavori, anche se ne è decisamente inferiore, e regala buone canzoni come Crying e Too Many Tears.

Nel 1998 è stato dato alle stampe il live Starkers in Tokyo, che riprende una data unplugged dell’anno precedente con i soli Coverdale e Vandenberg sul palco. Due anni più tardi, invece, il cantante ha pubblicato il suo terzo album solista, Into The Light.

I Whitesnake si sono ripresentati in pubblico nel 2003. Quella volta con Coverdale c’erano i chitarristi Dough Aldrich e DeMartini, presto sostituito da Rob Beach dei Dokken, il bassista Marco Mendoza e il drummer Tommy Aldridge.

Dopo varie date in giro per il mondo e altri cambi di formazione, nel 2006 è arrivato nei negozi l’album dal vivo Live…In The Shadow Of The Blues, che contiene anche quattro tracce inedite da studio. Era il preludio per il tanto atteso undicesimo, e per adesso ultimo, LP dei Whitesnake, Good To be Bad, datato 2008.
Rispetto al gruppo del 2003 ci sono un nuovo batterista, Chris Frazier, un nuovo bassista, Uriah Duffy, e il tastierista Timothy Drury. L’album, che è arrivato alla quinta posizione delle chart inglesi, ha in Down Your Love, Summer Rain, Best Years e Can You Hear the Wind Blow i suoi brani migliori.

I’11 Agosto 2009, mentre i Whitesnake stavano suonando in Colorado con in Judas Priest, David Coverdale è stato costretto a fermarsi per una lesione alle corde vocali. Dopo la visita di uno specialista è stato annunciato che egli era affetto da un grave edema alla gola e da una lesione vascolare. Il resto del tour è stato cancellato.
Ai primi di febbraio 2010, David ha annunciato di avere pienamente recuperato. Egli ha quindi affermato di avere appena terminato di registrare il demo per il nuovo album dei Whitesnake e che sul nastro la sua voce suona piena e forte come  ai vecchi tempi.

Infine, è proprio di pochi giorni fa la notizia che Duffy e Frazier sono usciti dal gruppo. Il nuovo batterista è Briian Tichy, che ha collaborato con Foreigner e Ozzy Osbourne, mentre per l’annuncio del bassista bisogna attendere ancora.

Van Halen, fenomeni commerciali degli anni ’80

di roberto.vanazzi

31 maggio 2010

La storia inizia nel 1968, quando i fratelli Alex e Edward “Eddie” Van Halen si sono trasferiti dalla natia Olanda a Pasadena, in California. Entrambi studenti di pianoforte, hanno abbandonato presto la via della musica classica, sulla quale erano stati indirizzati dal padre, per intraprendere quella del rock. Così Eddie si è dedicato alla chitarra e Alex si è seduto dietro la batteria, anche se pare che all’inizio gli strumenti erano invertiti. Incontrati il funambolico cantante David Lee Roth e il bassista Michael Anthony è nata una band, che inizialmente si dedicava a cover di brani da discoteca, chiamata prima Mammoth, poi Rat Salade e, infine, semplicemente Van Halen.

Nel 1976 Gene Simmons dei Kiss li ha scoperti e li ha aiutati a chiudere un contratto con la Warner Bros, etichetta per la quale, due anni più tardi, è stato registrato lo straordinario album d’esordio Van Halen. Il disco si è guadagnato il platino e il singolo You Really Got Me, cover di un brano degli inglesi Kinks, è entrato di prepotenza in classifica.
I pezzi proposti sono di notevole impatto e allo stesso tempo orecchiabili: Running With The Devil, Ain’t Talkin’’Bout Love, la sensuale Little Dreamer e, soprattutto, l’esplosivo assolo di chitarra Eruption, che la rivista Guitar World ha inserito al secondo posto degli assoli più belli di sempre, dietro solamente a quello di Jimmy Page in Stairway To Heaven, e che ha lanciato Eddie Van Halen nel gotha dei migliori chitarristi rock.

Da questo momento in avanti la marcia del gruppo è stata inarrestabile. L’Hard Rock patinato e di grande effetto proposto dai Van Halen, unito alle spettacolari esibizioni dal vivo, ha fatto sì che il gruppo diventasse uno dei maggiori fenomeni commerciali degli anni ’80. Ogni disco rilasciato, infatti, si è guadagnato il platino. A garantire il successo, oltre alla tecnica sopraffina di Eddie, anche il carisma di David “Diamond Dave” Lee Roth, idolo delle teen-agers e vero animale da palcoscenico.

Nel 1979 è uscito Van Halen II che, musicalmente parlando non si discosta molto dal precedente, anche se ritenuto leggermente inferiore, e presenta ottime canzoni quali Somebody Get Me A Doctor, la cover di Betty Everett You’Re No Good e le sbarazzine, con tanto di coretto accattivante, Beautiful Girls (che termina con un bacio di Dave) e Dance The Night Away.

Anche Women And Children First, datato 1980, testimonia l’eccellente livello del quartetto di Pasadena. Il brano migliore è senz’altro And the Cradle Will Rock, seguito da Romeo Delight, Could This Be Magic? e Everybody Wants Some.


Stesso discorso per il quarto lavoro, edito l’anno seguente, intitolato Fair Warning. Qui, su tutte, spicca l’opening track Mein Street, la cui intro ricorda un po’ Eruption. Quindi So This Is Love?, Unchained, Hear About It Later e Push Comes To Shove.

La particolarità di Diver Down, del 1982, è la presenza di numerose cover, a testimoniare la ricerca delle radici R&B intrapresa dal gruppo. La migliore, senza dubbio, resta la versione caustica di Oh Pretty Woman, di Ray Orbison. Quindi un altro pezzo pescato dal repertorio dei Kinks, Where Have All the Good Times Gone! e uno di Martha Reeves & The Vandellas (ma firmato da Marvin Gaye), Dancing In The Street.
Fra i brani originali dei Van Halen Little Guitars, dotata di una bella introduzione spagnoleggiante con chitarra acustica, Hang ‘Em High e la sfrenata The Full Bug. Nonostante le buone vendite però, il disco è apparso spersonalizzato e ha deluso lo zoccolo duro dei fans.

Sul finire del 1983 la svolta è stata più vistosa. Con l’album dal titolo orwelliano 1984 si ha la comparsa, anche predominante, dei sintetizzatori suonati dallo stesso Eddie, che ha abbandonato in parte la chitarra. Il suono si è fatto più orecchiabile, e nella track list prendono posto anche power ballads, come I’ll Wait, fino a quel momento sconosciute al gruppo. Per la prima (e ultima) volta un loro singolo è balzato in testa alla classifica americana: si tratta di Jump, hit famosissima che non era raro ascoltare anche nelle discoteche.
Altre canzoni da citare sono Panama e, la mia preferita, Hot For Teacher. Quest’ultima ricalca il suono dei vecchi Van Halen, tirato, senza tastiere e con la chitarra che riconquista il ruolo di prima donna.

Alla fine della tournée promozionale, però, sono sorti degli attriti fra Diamond Dave e il resto del gruppo, il quale non ha gradito l’esuberanza e le manie di grandezza del frontman. La separazione è stata inevitabile. Il biondo californiano ha intrapreso una carriera solista piena di successi, mentre i Van Halen hanno reclutato l’ottimo Sammy Hagar per prenderne il posto.

Grazie al fatto che Hagar era anche un chitarrista di buon livello, Eddie ha avuto modo di dedicarsi con più attenzione alle tastiere. L’hard del gruppo si è fatto meno brillante e decisamente più “radiofonico”. Questo non ha comunque influito sul fatto che il nuovo LP 5150 (dal nome dello studio di registrazione dello stesso Eddie Van Halen) riscuotesse un ottimo consenso a livello di vendite, grazie a brani quali Why Can’t This Be Love?, Good Enough e le ballads Dreams e Love Walks In.

L’ennesima tournée da tutto esaurito ha sottolineato la caratura internazionale ormai raggiunta dalla band.

Nel 1988 è arrivato nei negozi OU812 (che significa “Oh You Ate One Too, in risposta a Eat ‘Em Smile, primo LP solista di Lee Roth), qualitativamente migliore del predecessore. L’album concede un sofisticato Hard Rock giocato ancora sulle tastiere di Eddie e nelle cui trame la voce potente di Hagar si inserisce alla perfezione.
I brani migliori sono Mine All Mine, Feels So Good, la ballad When It’s Love e le più dure Cabo Wabo e Black and Blue.

Lo stesso anno i Van Halen sono stati l’attrazione principale del famoso tour itinerante Monster Of Rock.

Il seguente album, For Unlawful Carnal Knowledge, il cui acronimo sarebbe F.U.C.K., ha fatto vincere al gruppo il loro primo, e unico, Grammy Award.
Si nota qui un parziale abbandono delle tastiere, sostituite dal pianoforte, come ad esempio nella elegante Right Now, che ricorda da vicino il sound dei Toto. E forse la presenza di Steve Lukater, chitarrista proprio di questo gruppo, non è casuale nel brano intitolato Top Of The World, il quale inizia dove finiva Jump. Il pezzo che apre il disco, Poundcake, abbastanza hard da fare pensare agli esordi, si apre con il suono di un trapano.

Sempre del 1993 è l’unico album live del gruppo dal titolo Live: Right Here, Right Now, che documenta le due date alla Selland Arena di Fresno, nel quale, in mezzo ai vecchi classici, spicca una bella cover di Won’t Get Fooled Again degli Who.

Nel 1995 è stata la volta di Balance, dove trovano posto la ballad in AOR style Can’t Stop Lovin’ You, dedicata a Ray Charles, Amsterdam, Not Enough, e la dura opening track The Seventh Seal.

A quel punto però, dopo 11 anni di attività, anche Sammy Hagar ha litigato con i compagni d’avventura e se n’è andato sbattendo la porta. Al suo posto sembrava dovesse tornare alla base nientemeno che David Lee Roth, con il quale il gruppo aveva da poco registrato due nuovi brani apparsi sul The Best Of vol.1, le energiche Can’t Get This Stuff No More e Me Wise Magic. Ma il biondo cantante ha creato ancora qualche problema e così è arrivato Gary Cherone, ottimo nella sua veste di singer degli Extreme, ma sfortunato nella breve apparizione con i Van Halen.

L’album Van Halen III, infatti, è universalmente riconosciuto come il punto più basso del gruppo. L’unica chicca si può considerare la ballad How Many Say, cantata da Eddie Van Halen accompagnato solo dal piano.

Per il fallimento del progetto, e anche per problemi di saluti dello stesso Eddie, i Van Halen si sono sciolti nel 1998.


Nel 2003 i due fratelli Van Halen e Anthony si sono riuniti a Sammy Hagar con il quale hanno pubblicato una raccolta contenente 3 inediti, dal titolo The Best Of Both Worlds, seguita da un tour che ha ottenuto ottimi consensi. I problemi con l’alcool di Eddie però, hanno influito negativamente sul prosieguo dell’attività, e Hagar se n’è andato ancora, questa volta in modo definitivo.

Tre anni più tardi anche Michael Anthony è stato cacciato dalla band per lasciare spazio a Wolfang Van Halen, figlio di Eddie, allora solo quindicenne.

Nel 2007, a seguito dell’introduzione nella Hall Of Fame, ecco la definitiva reunion con David Lee Roth e un tour celebrativo durato 9 mesi.
Adesso si attende l’arrivo di un nuovo album.

La carriera di platino dei Journey, colossi dell’AOR

di roberto.vanazzi

8 maggio 2010

Dalla metà degli anni ’70 e per tutti gli ’80, negli Stati Uniti andava di moda un tipo di Rock melodico, costituito da brani potenti ma sempre orecchiabili, ballate sdolcinate, con una forte presenza delle tastiere, schitarrata al momento giusto e voce limpida sostenuta da cori accattivanti. Una sorta di Hard di classe, destinato ai passaggi radiofonici e da ascoltare durante i viaggi in automobile. Sotto il nome di AOR, acronimo di Album Oriented Rock (o anche Adult Oriented Rock), il movimento ha visto crescere band che, pur facendo storcere qualche naso, si sono ricavate una bella nicchia nella storia della musica, vendendo milioni di dischi e attirando ai loro concerti folle oceaniche. Parlo degli Styx, dei Boston, dei Foreigner, dei Kansas e, soprattutto, degli imperatori di questo genere, i Journey.

Nella San Francisco del 1973, due musicisti di Carlos Santana, il promettente chitarrista Neal Schon e il tastierista-cantante Gregg Rolie, si sono uniti a Ross Valory, bassista della Steve Miller Band, al batterista dei Tubes Prairie Prince e a George Tickner per formare una band. Prince ha dato subito forfait e nel 1974, al suo posto, è entrato Aynsley Dunbar, che aveva alle spalle collaborazioni preziose con Frank Zappa, John Mayall, Jeff Beck e David Bowie.

Nel 1975 l’esordio discografico con la Columbia. Nell’’album, intitolato semplicemente Journey, il gruppo ha messo in mostra un rock potente e progressivo, con qualche venatura di fusion, basato soprattutto sugli assoli di Schon.

Appena dopo l’uscita di Journey, Tickner ha abbandonato il gruppo per dedicarsi alla carriera di chirurgo. Il gruppo ha proseguito quindi come quartetto, realizzando due album, il discreto Look Into The Future e il mediocre Next.

Nel 1977 l’arrivo di Steve Perry, vocalist dalla voce cristallina, ha liberato Rolie dall’incombenza del canto e ha fatto compiere un notevole salto di qualità ai Journey.

Il primo disco con la nuova line-up è stato Infinity. Il lavoro, grazie a brani come la splendida Lights, le sbarazzine Wheel In The Sky e Feeling The Way, che contiene un buon assolo di chitarra, Anytime, col suo coro intrigante da cantare all’unisono dal vivo, le ballads Patiently e Something To Hide e la strumentale Winds Of March, ha raggiunto vendite eccezionali e si è guadagnato il platino.

Con la svolta sempre più verso il commerciale sono nati però anche i primi contrasti interni, e nel settembre dello stesso anno Aynsley Dunbar se ne è andato sbattendo la porta, per finire come drummer dei rinati Jefferson Airplane, allora Jefferson Starship.

Dietro le pelli è arrivato Steve Smith, e con lui i Journey sono diventati sempre più un fenomeno di massa, anche se ancora racchiuso nei confini della Madre Patria.

Nel 1979 è stato dato alle stampe Evolution, che non aggiunge niente di nuovo al sound del predecessore. Le canzoni cardine sono senz’altro Too Late, Sweet And Simple, il pezzo in cui è maggiormente valorizzata la voce di Perry, le più dure When You’re Alone e Lovin’ You Is Simple e, soprattutto, Lovin’ Touchin’Squeezin’.

L’anno seguente è stata la volta di Departure, che si apre con la scatenata Anyway You Want It, brano di grande impatto durante i concerti. Quindi, segnalerei le rockettare Where Were You e Homeday Love e la power-ballad Stay Awhile.

Nel 1981 è uscito anche il primo lavoro dal vivo, Captured, registrato durante il tour del 1980.

Lo stesso anno i Journey sono arrivati all’apice della loro carriera. Parte del merito è da attribuire all’ingresso dell’ottimo Jonathan Cain al posto del dimissionario Rolie. Il primo album con il nuovo tastierista è stato, nel 1981, Escape, che con i suoi 9 Dischi di platino è senza dubbio il più prolifico della band californiana. Esso si apre con un altro singolo di successo, Don’t Stop Believe In, per proseguire con il rock melodico di Who’s Crying Now, la dolce Still They Ride, la ruvida Keep On Running e, a chiudere, la ballad più bella dell’intera discografia dei Journey, Open Arms.

Nel 1983 è uscito Frontiers, che presenta la solita manciata di splendidi pezzi in pieno AOR style, Separate Ways (World’s Apart), Chain Reaction e Only The Young, e un paio di brani d’atmosfera quali Faithfully e Send Her My Love. La canzone più rock dell’album, dove si può ascoltare un buon lavoro di batteria e chitarra, è Back Talk, mentre la mia preferita è After The Fall.
Questo album, al contrario di Escape, ha realizzato “soltanto” 6 Dischi di platino.

Il lavoro seguente è arrivato 3 anni più tardi, nel 1986. Si tratta di Raised On Radio. Il cantante Steve Perry ha qui cominciato ad assumere maggiore controllo sulla direzione della band e, come prima cosa, ha cacciato Ross Valory e Steve Smith, contro la volontà del manager Herbie Herbert. I due sono stati momentaneamente sostituiti da una serie di musicisti, fra i quali il bassista Randy Jackson, che troviamo anche in una precedente collaborazione con Zucchero.
I barani migliori, secondo me, sono la ballad Why Can’t This Night Go On Forever, l’opening track Girl Can I Help It, la morbida I’ll Be Alright Without You e The Eyes Of A Woman.

A quel punto la band si è presa una lunga pausa durata dieci anni, durante la quale sono arrivate nei negozi tutta una serie di Greatest Hits e di The Best.
Shoen e Cain, nel frattempo, sono entrati a fare parte del supergruppo Bad English, dove hanno ottenuto un grosso successo con l’album omonimo.

Il tanto atteso nuovo lavoro da studio, Trial By Fire, è infine arrivato nel 1996, dopo il ritorno alla base di Valory e Smith. L’album, che concede un AOR di grande impatto, ha raggiunto un ottimo terzo posto in classifica e con il singolo When You Love A Woman, i Journey hanno vinto un Grammy Award.
Molto belle, inoltre, Message of Love, la romantica Still She Cries e If He Should Break Your Heart.

A quel punto però, i due Steve, Perry e Smith, hanno lasciato entrambi la band, sostituiti rispettivamente da un altro Steve, Augeri, e dall’ex batterista dei Bad English Deen Castronovo. Con la nuova formazione, i Journey hanno registrato nel 1998 il singolo Remember Me, incluso nella colonna sonora del film Armageddon. Quindi, nel 2000, l’album Arrival, realizzato all’inizio solo per il mercato giapponese, dove trovano spazio la splendida ballad All The Way e la più dura Higher Place.
Ad ogni modo Arrival è stato il primo lavoro della band di San Francisco a non essere certificato almeno disco d’oro dai tempi di Next, nel 1977.

Generations è stato rilasciato nel 2005, dopo che i Journey avevano ricevuto l’onore di essere inclusi nella Walk Of Fame di Hollywood. Il nuovo disco ha la particolarità che ogni elemento del gruppo presta la voce in almeno un brano.

L’anno seguente Augeri ha dovuto abbandonare il tour per un’infezione cronica alla gola ed è stato sostituito da Jeff Scott Soto, che aveva cantato, tra l’altro, nei primi due album del guitar-heroe Yngwie Malmsteen. Soto però, una volta terminata la tournée, se n’è tornato a casa e i Journey hanno assunto come nuovo singer il filippino Amel Pineda, che Schon aveva visto in un filmato su You Tube mentre si esibiva con una cover dei Journey.

Nel 2008 ecco l’ultimo lavoro sin qui realizzato: Revelations. Si tratta di un doppio LP (triplo, se si considera il DVD allegato) dove il primo presenta 13 nuove tracce con la solita buona miscela di ballate romantiche, su tutte After All These Year, e hard rock di classe, come Never Walk Away, Where Did I Lose Your Love e Faith in the Heartland, mentre il secondo è un Greatest Hits di vecchi successi registrati per l’occasione con la voce di Pineda.

Le ultime notizie indicano che dovrebbe uscire a breve il quattordicesimo album dei Journey. La carriera platino e oro dei padroni dell’AOR sembra ben lontana dal vedere la fine.

Il mitico Rock-Blues dei Ten Years After

di roberto.vanazzi

27 aprile 2010

E’ inutile negarlo, lo stile chitarristico di Alvin Lee mi piace parecchio quindi, quando sento parlare di quella combinazione di rock, anche duro, e blues di classe, tanto in voga in Gran Bretagna nei primi anni ’70,  mi balza subito alla mente uno dei gruppi più famosi del genere, i Ten Years After.

La band è nata in Inghilterra nel 1966, ma ha origini più lontane, esattamente nel 1961, quando un trio di nome Jaybyrds, composto dal chitarrista-cantante Alvin Lee, dal bassista Leo Lyons e con Dave Quickmyre alla batteria, proponevano un discreto Rhytm and Blues nei locali di Amburgo, esattamente come avevano fatto l’anno prima i Beatles.

Nel 1965, Quickmyre ha lasciato il posto a Ric Lee, (nessuna parentela con Alvin) e con l’ingresso di un quarto membro, il tastierista Chick Churchill (nessuna parentela con Winston) il gruppo si è evoluto prima nei Blue Byrd e, infine, nei Ten Years After.

Dopo avere firmato un contratto con la Deram, il quartetto ha pubblicato l’omonimo Ten Years After, un disco legato con doppio filo al blues, che riprende brani dei leggendari Sonny Boy Williamson, Al Kooper e Willie Dixon.

Con il live Undead, registrato a Londra per pochi intimi, che contiene le splendida Goin’Home, Spider in My Web e I May Be Wrong But I Won’t Be Wrong Always, il gruppo si è assicurato il successo in madre patria.
Grazie all’incredibile velocità di Alvin Lee alla chitarra poi, la band ha acquisito una buona fama anche negli Stati Uniti, così, nel 1968, i quattro hanno suonato prima memorabili jam con Jimy Hendrix, Janis Joplin e Larry Cryell allo Scene di New York, quindi hanno calcato il palco del Fillmore di San Francisco.

Nel 1969 i Ten Years After hanno prima pubblicato Stonedhenge, dove trovano posto brani quali Going To Try, A Sad Song e gli oltre 8 minuti di No Title, e, pochi mesi più tardi, il terzo album Ssssh, con la splendida cover di Sonny Boy Williamson, Good Morning Little Schoolgirl, ma anche con l’hard rock di Stoned Woman e il blues nostalgico di I Woke Up This Morning.

Il fatto più importante dell’anno, comunque, resta la loro partecipazione al Festival di Woodstock, dove la velocissima versione di Goin’Home ha mandato il pubblico in delirio.

Nel 1970 dall’album Cricklewood Green, ecco un altro singolo di successo: Love Like A Man. Ad essa, personalmente, aggiungo anche la magnifica 50,000 Miles Beneath My Brain.

Sul finire dello stesso anno è uscito anche Watt, contenente altre perle Blues-Rock quali I’m Coming On, She Lies in the Morning e, soprattutto, Sweet Little Sixteen, rifacimento di un famoso brano di Chuck Berry in versione live.

È dell’anno successivo, invece, la loro canzone più popolare I’d Love To Change the World. L’album dal quale è tratta, A Space in Time, ha visto un cambiamento di rotta nel sound della band, che al solito blues ha miscelato il rock psichedelico, genere molto di moda in quel momento. Il lavoro ha concesso maggior risalto alle capacità chitarristiche di Alvin Lee e ha rappresentato la fase più matura per i Ten Years After. Molto bella anche l’opening track One Of These days.

Nel 1972, dopo Alvin Lee and Company, raccolta con inediti e rifacimenti di vecchi classici, e Rock & Roll Music To The World, nel quale citerei Standing at the Station, You Give Me Loving e Choo Choo Mama, i Ten Years After si sono presi una breve pausa e hanno sospeso le frenetiche attività on stage.
Alvin Lee ne ha approfittato per aprire un proprio studio di registrazione, dove ha messo a punto un album con Mylon Lefevre.

Nel 1973 è stato dato alle stampe il doppio Recorded Live, registrato durante le date di Francoforte, Parigi, Rotterdam e Asterdam, mentre nel 1974 il gruppo si è sciolto, anche se l’anno seguente i quattro hanno suonato di nuovo insieme in diverse occasioni.

A quel punto però, i membri della band hanno intrapreso strade separate, ma solo Lee ha continuato a suonare musica di alta qualità, finché, nel 1983, la band è stata brevemente riformata per suonare al Festival di Reading, concerto che si può ascoltare anche su un CD.

Nel 1989 un’altra reunion, con tanto di nuovo lavoro da studio: About Time.

L’ultima apparizione in pubblico del gruppo originale risale al 1994, quando ha preso parte al Eurowoodstock Festival, tenutosi a Budapest.

Nel 2004, con Alvin Lee ormai sempre più solista, gli altri membri della band si sono ritrovati fra di loro, sostituendo il vecchio leader con Joe Gooch, e hanno registrato l’album Now.
Il materiale del tour che ne è seguito è stato utilizzato per il doppio album del 2005, Roadworks.

Led Zeppelin: il più grande gruppo della storia del rock

di roberto.vanazzi

17 dicembre 2009

Led Zeppelin2

L’inizio della storia dei Led Zeppelin coincide con la fine di quella di altri leggendari del rock britannico, gli Yardbirds.
Gli Yardbirds sono stati uno dei gruppi più influenti della scena beat anni ’60, il quale, tra l’altro, ha visto emergere fra le proprie file chitarristi che in seguito sarebbero diventati fra i migliori del panorama rock, quali Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page. Proprio quest’ultimo, nel 1968, quando la band ha imboccato la via dello scioglimento, ha preso in mano la situazione e l’ha riorganizzata chiamando gente nuova, per onorare l’impegno di un tour in terra scandinava. I nuovi arrivati erano il cantante Robert Plant, il batterista John Bonham ed il bassista-tastierista John Paul Jones.

Partiti con il nome di New Yardbirds, i quattro hanno da subito trovato l’affiatamento giusto e, una volta tornati nel Regno Unito, hanno pensato bene di proseguire fuori dell’orbita del vecchio gruppo. Cambiando la sigla in Led Zeppelin, da un’idea di Keith Moon, il batterista degli Who, il dirigibile è decollato verso una delle più grandi avventure rock di tutti i tempi.

Il battesimo del fuoco è arrivato nell’autunno del 1968, presso il Marquee di Londra, un concerto che ha procurato loro un immediato contratto con la Atlantic.Led Zeppelin

Nel 1969, dopo avere passato solo 30 ore in studio di registrazione, è uscito il primo album, chiamato semplicemente Led Zeppelin, dove il gruppo ha indicato la rotta che avrebbe intrapreso, miscelando rock, blues e anche un poco di psichedelica.
Oltre alla rivisitazione di classici blues quali You Shock Me e I Can’t Quite You Baby, sono da menzionare Communication Breakdown, i 6 minuti di Dazed and Confusion, nella quale Page esegue un assolo con l’archetto del violino, Good Times Bad Times e, soprattutto, la mia preferita, Baby I’m Gonna Leave You.

Ottenuto un immediato successo, consolidato da numerosi concerti, alla fine dello stesso anno i quattro hanno lanciato sul mercato Led Zeppelin II.
Con questo album il gruppo si è lasciato alle spalle molto del blues del precedente, ma ha contribuisce alla nascita dell’Hard Rock. Il pubblico ha gradito e il disco è stato un grosso successo commerciale, grazie a classici quali Whole Lotta Love, Moby Dick, con il suo lungo assolo di batteria, Heartbreaker e Ramble On, ma anche la tranquilla Thank You e la più coriacea Livin’ Lovin’ Mad.

Con Led Zeppelin III, edito nel 1970, anziché proseguire sulla strada intrapresa sino ad allora, il gruppo ha effettuato una svolta coraggiosa, sperimentando soluzioni più originali, con ampio uso di chitarre acustiche e introducendosi nel mondo del folk britannico.
La delicata ballad Tangerine, la dura Immigrant Song e lo struggente blues di Since I’ve Been Lovin’You, sono le migliori canzoni di questo lavoro.

Sempre nel 1970, i Led Zeppelin hanno detronizzato i Beatles diventando il miglior gruppo rock internazionale.

Led Zeppelin1Il primo album del decennio è quello che è unanimemente riconosciuto come il migliore della band inglese. Led Zeppelin IV è uno di quei dischi che non dovrebbero mancare nelle case di chi ama il rock e la musica in generale. In realtà in nessun posto si legge Led Zeppelin IV, ne sulla copertina e neppure all’interno, ma è stato chiamato IV solo perchè successivo ai primi tre.
Pensando a questo album viene subito alla mente Stairway To Heaven, brano leggendario fra i più belli di tutto l’ambito rock, ma esso, naturalmente, non si ferma qui. Le aggressive  Black Dog, e Rock And Roll, la splendida The Battle of Evermore, con tanto di mandolino e l’aggiunta della voce di Sandy Denny, singer del gruppo folk Fairport Convention, Going to California e l’immancabile blues When the Levee Breaks, più che canzoni, direi, sono veri e propri pezzi di storia della musica.

A quel punto i “Led Zep” hanno intrapreso un lungo tour che ha toccato Giappone, Australia e Europa. Solo il governo cinese non ha concesso loro il visto d’ingresso a causa dei capelli troppo lunghi.

Nel 1973 è uscito Houses Of The Holy. Lavoro che ha riscontrato pareri discordanti fra i fans, ma anche da parte della critica, presenta la solita miscela di canzoni hard e ballate semiacustiche. L’opening track The Song Remains the Same, la nostalgica The Rain Song, Dancing Days e, soprattutto, No Quartes, sono altre pietre miliari che si aggiungono alle precedenti.

L’anno dopo è nata l’etichetta personale del gruppo, la Swansong.

Nel 1975 è stata la volta del doppio Physical Graffiti, un’altra colonna portante del rock. Fra tutte le canzoni, naturalmente, svetta Kashmir, considerata assieme a Stairway To Heaven la Canzone (con la C maiuscola) dei Led Zeppelin.
Da citare anche i 10 minuti di In My Time Of Dying, Down By The Seaside, il blues di The Rover e la ruvida Custard Pie.

Purtroppo, dopo la pubblicazione di Physical Graffiti, Robert Plant è rimasto gravemente ferito in un incidente automobilistico in Grecia, e il gruppo è stato costretto ha tenersi a lungo lontano dai palcoscenici. Nel frattempo però, sono state gettate le basi per il settimo lavoro da studio.Led Zeppelin3

Presence ha visto la luce nel 1976. Nonostante le ottime vendite (è stato il primo LP del gruppo ad essere certificato di Platino) la critica lo ha giudicato inferiore al mastodontico predecessore. Lavoro cupo, Precence rispecchia il momento poco felice di alcuni membri della band, dalla convalescenza di Plant, all’entrata di Page nel tunnel dell’eroina.  Cupo, certo, ma non brutto. Si tratta di un album compatto, maturo, dove i punti di forza sono la ballata blues Tea For One, Achilles Last Stand, capolavoro di oltre 10 minuti e Nobody’s Fault But Mine.

In quel periodo la peculiarità della band inglese era quella di auto-regolamentare le esibizioni live. Nonostante la minore presenza in pubblico, però, i Led Zeppelin rimanevano sempre più popolari rispetto ad altri gruppi.

È di allora anche il progetto di un film auto-biografico sulla loro vita artistica, con spezzoni live registrati al Madison Square Garden di New York nel 1973. La pellicola, diventata una delle opere rock più note, al pari di Woodstock, è stata in seguito proposta anche come doppio LP, con il medesimo titolo di The Song Remains The Same.

L’anno seguente, i rapporti fra il gruppo inglese ed il pubblico americano è stato rovinato da uno spiacevole episodio, che ha visto John Bonham, il manager Peter Grant e alcune guardie del corpo percuotere il servizio d’ordine di Bill Graham. La stampa ci è andata a nozze e, per colpa anche di qualche episodio precedente, ha provocato una cattiva reputazione ai Led Zeppelin.

Oltre a questo, altri momenti brutti hanno minato il gruppo dall’interno. La frattura di un polso da parte di Bonham, i litigi su questioni artistiche fra Page e Plant e, soprattutto, la morte del figlio di quest’ultimo per infezione gastrica, a 5 anni d’età.

Dopo una lunga pausa, durante la quale il cantante aveva preso in seria considerazione il ritiro dalle scene, nel 1979 è stato pubblicato In Through The Out Door, un disco forse non all’altezza dei precedenti, anche se ha raggiunto il top delle clRobert Plant Jimmy Pageassifiche britanniche e americane, nel quale, a mio parere, svettano il brano iniziale In The Evening e la ballata All My Love, struggente dedica di Plant al figlio.

Nell’agosto del 1979 la band ha partecipato al festival di Knebworth, in Inghilterra, suonando davanti a quattrocentomila persone. È stata quella l’ultima esibizione live di un certo livello dei Led Zeppelin.

Il 25 settembre 1980 John Bonham è morto soffocato dal proprio vomito. Il 4 dicembre, con un comunicato stampa, i Led Zeppelin hanno dichiarato di voler scrivere la parola fine sulla loro gloriosa avventura. Dopo un viaggio durato 12 anni, il dirigibile è così atterrato.

Nel 1982 è arrivato nei negozi l’album postumo Coda, contenente brani che avrebbero dovuto fare parte di un nuovo LP e vecchio materiale inedito. In esso spicca il toccante, se ascoltato col senno di poi, assolo di batteria del compianto John, intitolato Bonzo’s Montreaux.

3 anni più tardi, i membri superstiti si sono esibiti al Live Aid, aiutati alla batteria da Tony Thompson e da nientemeno che dall’ex Genesis Phil Collins.
Nel 1988, invece, è stato Jason Bonham, figlio di John, a sedersi dietro le pelli in occasione del concerto per il 40° anniversario della Atlantic.

Insomma, fra partecipazione ad eventi, annunci e smentite di reunion e pubblicazioni di raccolte (fra tutte Remasters e Mothership) siamo arrivati ai giorni nostri. Chissà che prima o poi il dirigibile non torni a spiccare il volo.

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