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L'aggressivo Heavy Metal dei tedeschi Accept

di roberto.vanazzi

11 febbraio 2010

Accept

Quando si parla di heavy metal “made in Deutschland” il primo nome che salta alla mente è, naturalmente, quello degli Scorpions. Subito dopo però, ad affermarsi come gruppo più importante del genere a livello internazionale, sono stati gli Accept.
All’apice della fama, il sound aggressivo di questo quintetto ha praticamente anticipato l’estremismo sonoro del thrash, pur mantenendosi ben saldo all’interno del classico HM per quanto riguarda tecnica strumentale e orecchiabilità dei brani.

La band trae origine nel lontano 1977, nella città di Solingen, per opera del cantante Udo Dirkschneider, i chitarristi Wolf Hoffmann e Gerhard Wahl, Peter Baltes al basso e il drummer Frank Friedrich.

Nel 1979, dopo che Jörg Fischer ha sostituito il dimissionario Wahl alla chitarra, il gruppo ha pubblicato per il mercato tedesco il primo album, intitolato semplicemente Accept.
Il lavoro, acerbo e poco originale, risentiva parecchio del sound dei “cugini” Scorpions, ma è comunque servito per porre sotto i riflettori le buone capacità dei cinque ragazzi.

All’inizio del 1980, con Stefan Kauffmann al posto di Friedrich, è stato dato alle stampe I’m a Rebel, decisamente migliore rispetto al precedente, ma con uno stile ancora lontano da quello che sarebbero stati gli Accept del futuro.
La title track, scritta dal fratello di Angus e Malcom Young degli ACDC, è il brano di punta, ma molto belle sono anche Thunder and Lightning e Save Us.Accept1

La scalata al successo è iniziata con il terzo album, Breaker, datato 1981 e ancora realizzato solo per il mercato teutonico. La potente onda d’urto del suono, caratterizzato da riffs implacabili e ritmi accelerati, sostenuti dalla voce stridula di Udo, che ricorda vagamente quella di Brian Johnson degli ACDC, era piuttosto estremo per il periodo e ha portato una discreta fama al gruppo.
Le canzoni migliori, a mio parere, sono Breaker, Sonf Of A Bitch e Burning.

Lo stesso anno la band è partita in tournèe per l’Europa con i loro maestri Judas Priest, riscuotendo ovunque ottimi consensi.

Nel 1984, pur perdendo Fischer, gli Accept hanno raggiunto il loro apice qualitativo con Restless and Wild, LP che contiene le belle Fast As A Shark, Princess of the Dwan e Shake Your Heads.

Quello seguente è stato un anno ricco di novità. Innanzitutto, con la firma per l’etichetta inglese Portrait, il gruppo ha ottenuto il primo contratto al di fuori della Germania. Quindi, un nuovo produttore nella figura di Dieter Dierks, già con gli Scorpions, un nuovo chitarrista, Herman Frank, al posto del dimissionario Fischer, e la pubblicazione del quinto lavoro da studio, Balls To The Wall.

Il disco si presenta più lirico rispetto ai predecessori, e anche i testi si evolvono, ponendo in risalto problematiche d’impegno sociale e politico.
Con esso è arrivata la definitiva consacrazione internazionale, grazie a canzoni quali London Leathrboys, Love Child, la stessa Balls To The Walls, Turn Me On, Winter Dreams.
Le conseguenze sono state il primo tour da headliners in Inghilterra e numerose date negli Stati Uniti come spalla a Kiss e Ozzy Osbourne.

Dopo il ritorno di Fisher, nel 1985 gli Accept hanno pubblicato il bellissimo Metal Heart, nel quale compaiono maggiori aperture melodiche.
Il brano omonimo, il cui intro è la Marcia Slava di Tchaikovsky e l’assolo di chitarra contiene Per Elisa di Beethoven, Midnight Mover, Up To the Limit, sono una più bella dell’altra, anche se la mia preferita resta Screaming For The Love Bite.

Lo stesso anno è stato pubblicato anche il primo live, Kaizoku-Ban, registrato in Giappone.

Il 1986 è la volta di Russian Roulette, un altro grosso successo commerciale, sorretto da brani come TV War, Monster Man, Another Second To Be e la title track.

A quel punto però, il gruppo è stato costretto ad una prolungata sosta a causa della defezione del singer Udo, che si è messo in proprio costituendo un gruppo chiamato U.D.O.

Accept2Nel 1989, l’arrivo di un nuovo cantante, l’americano David Reece, ha portato gli Accept al ritorno discografico con Eat The Heat, un lavoro che non ha soddisfatto pienamente le aspettative dei vecchi fans.
Poco prima di entrare in studio poi, il gruppo ha visto ancora l’uscita, questa volta definitiva, del chitarrista Jörg Fischer. Le parti di chitarra sono state registrate tutte da Wolf Hoffmann, anche se nelle note di copertina compare pure il nome del nuovo Jim Stacey.

Durante il tour che ne è seguito anche il batterista Stefan Kauffmann ha dovuto dare forfait a causa di un infortunio alla schiena. Al suo posto è arrivato Ken Mary. A quel punto il gruppo, sempre più americano e meno teutonico, ha perso unità e stile. Ecco quindi la decisione di interrompere ancora una volta le attività per raccogliere le idee.

Tanto per non cadere nel dimenticatoio, nel 1990 è uscito nei negozi il doppio dal vivo Staying A Life, registrato cinque anni prima dalla formazione originale. In esso è da segnalare il buon “guitar solo” di Wolfmann.

Il ritorno di Udo e di Kauffmaan ha fatto si che gli Accept ritrovassero stabilità, così, nel 1993 sono entrati di nuovo in studio per registrare Objection Overruled, un buon album che presenta il classico, aggressivo, stile del gruppo.

Sull’onda del ritrovato successo, l’anno seguente, al termine di un grosso tour mondiale, è uscito Death Row, che, musicalmente parlando, non ha aggiunto niente di nuovo rispetto al precedente, ma la line up ha perso definitivamente Kauffmann, sostituito prima da Stefan Schwarzmann, quindi da niente meno che dall’ex Lynyrd Skynyrd Michael Cartellone.

Con il nuovo batterista, nel 1996 è stato registrato l’ultimo LP della band tedesca, intitolato Predator.
Nonostante le scarse vendite, il gruppo è partito per un lungo tour mondiale, che si è rivelato essere l’ultimo della loro storia. Una volta rientrati alla base, infatti, gli Accept si sono sciolti.

Anthrax, le simpatiche canaglie del Thrash

di roberto.vanazzi

8 settembre 2009

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Anthtrax Madhouse

A metà degli anni ’80, negli Stati Uniti è decollato un nuovo movimento musicale chiamato Thrash Metal, una brutale fusione fra la potenza dell’Heavy e la frenesia ritmica dell’Hardcore Punk.
Fra i fautori di questo genere sono da menzionare gruppi quali Metallica, Slayer, Megadeth, Exodus, Overkill e Anthrax.
Questi ultimi sono nati a New York, attorno al 1981, grazie al chitarrista Scott “Not” Ian e al bassista Danny Lilker. Ai due si sono presto aggiunti il cantante Neil Turbin, l’altro chitarrista Dan Spitz e il batterista Charlie Benante.

(continua…)

I Mötley Crüe e l'apice del Glam Metal

di roberto.vanazzi

19 agosto 2009

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Prima ancora che con la loro musica, un’elaborazione più energica dell’Hard Rock anni ’70, i Mötley Crüe hanno colpito l’immaginario collettivo per il look trasgressivo ed estremamente Glam, costituito da catene, pelle, make-up, capelli cotonati e un linguaggio oltraggioso.

(continua…)

Il Class Metal dei Dokken

di roberto.vanazzi

12 maggio 2009

dok

Grazie ad un look curato, ad una musica aggressiva ma elegante e alla produzione sofisticata, a metà degli anni ’80, i Dokken hanno creato una nuova forma di Heavy Metal, che è stata definita Class Metal.

Nato a Los Angeles dall’incontro di due figure carismatiche quali il cantante Don Dokken ed il funambolico chitarrista George Linch, il gruppo ha registrato il primo album, dal titolo “Breakin’ the Chains” nel 1982, in Germania, con l’ausilio del produttore degli Scorpions, Dieter Dierks.

Nonostante la presenza di alcune belle canzoni, come ad esempio la title track, l’esordio non ha ottenuto il riscontro sperato, anche perchè il disco è uscito solo per il mercato europeo.
Una volta tornati in California però, i Dokken hanno ottenuto un contratto con la Elektra, la quale ha lanciato sul mercato una versione rimixata dell’LP, al cui titolo è stata aggiunta una “g”, Breaking anziché Breakin’, per distinguerlo dall’altro.

Due anni più tardi è uscito “Tooth and Nail” e a quel punto è cominciata la scalata al successo.
Il lavoro proponeva quel sound che sarebbe diventato il marchio di fabbrica dei Dokken, un rock melodico e di classe, che strizza l’occhio all’AOR.
Grazie alla struggente ballad Alone Again, alla quale aggiungerei l’ispirata Into the Fire, Tooth and Nail ha venduto un milione di copie solo negli USA e ha portato il gruppo a veleggiare nelle zone alte delle classifiche americane.

Nel frattempo il quartetto si dava da fare anche on stage, suonando da spalla a campioni d’incassi del calibro di Kiss e Ronnie James Dio.

Il successo mondiale è arrivato nel 1985, con “Under Look and Key”, a mio giudizio l’album simbolo dei Dokken.
Il disco si è aggiudicato il platino, e le canzoni da citare sono numerose. Tanto per dare dei titoli: Unchain the Night, In my Dreams, Lightning Strikes Again, nel finale della quale la voce di Don Dokken tocca vette elevate, e la romantica Sleepin’ Away.
Per promuovere il lavoro i californiani hanno toccato per la prima volta anche l’Europa, al seguito dei tedeschi Accept.

Sebbene la fama crescesse a vista d’occhio, “Back for the Attack”, del 1987, non ha raggiunto i livelli del precedente.
La causa è da ricercarsi prima di tutto in alcune tensioni venutesi a creare all’interno del gruppo, soprattutto fra Don Dokken e George Lynch, e anche nell’uscita di scena di Michael Wagener, uno dei migliori tecnici del suono nell’ambito Heavy Metal, che ha contribuito non poco, in sede di missaggio, al successo della band di Los Angeles.
L’album presenta ad ogni modo brani memorabili, come Heavent Sent, Dream Warriors, apparsa nella colonna sonora dell’horror-movie Nightmare III, e la strumentale Mr.Scary, che poi sarebbe il nome con cui Lynch ha chiamato la sua chitarra, una “J. Frog Skull And Bones”.

Il gruppo è comunque andato in tour con AC-DC e Aerosmith e, per la prima volta, si è esibito come attrazione principale in alcune date in terra nipponica. Il concerto è documentato nel doppio live “Beast from the East

Inevitabilmente, nel 1989 la band si è sciolta, a causa del deterioramento del rapporto fra il leader Don Dokken ed il resto della band.

Dopo 5 anni, in cui ogni componente del gruppo ha intrapreso la propria carriera solista, nel 1994, grazie alla spinta ottenuta dai fans giapponesi, i Dokken si sono riformati pubblicando, ma solo nel Sol Levante, l’omonimo “Dokken”, ristampato poi l’anno seguente in america con il titolo di “Dysfunctional”.
Fra le tracce migliori fanno bella mostra di se la lenta Nothing Left to Say, una delle mie favorite di tutto il repertorio del gruppo, Inside Looking Out e From the Beginning, una cover degli Emerson, Lake and Palmer, non presente sull’album uscito in Giappone.

La celebrazione della riunione è comunque stata lasciata al live acustico “One Live Night”, sempre del 1994.

È di quel periodo uno strano episodio, che ha visto il cane di Don Dokken aggredire il padrone e procurargli numerose ferite sul volto.

Il 1997 ha visto l’uscita di “Shadowlife”, un album che ha riscontrato pareri avversi da parte dei fans, a causa del deciso cambio di sonorità.

L’anno seguente George Lynch ha lasciato la band. A rimpiazzarlo è stato chiamato Reb Beach, ex chitarrista di Alice Cooper, con il quale i Dokken hanno pubblicato, nel 1999, il loro settimo LP, “Erase the Slate”, dove campeggia la canzone One.

Nel 2000 ecco l’arrivo di un nuovo album dal vivo, “Live from the Sun”, mentre l’anno successivo anche Beach ha rinunciato all’avventura e ha ceduto il posto all’ex Europe John Norum, con il quale i Dokken hanno dato alla luce “Long Way Home”, il disco che contiene la magnifica ballad Goodbye My Friend.

Nel 2004 altro chitarrista, John Levin e altro album, “Hell to Pay” che, come i due precedenti, è risultato essere senza infamia e senza lode.

Dopo un disco dal vivo nel 2007, “From Conception: live 1981”, contenente 3 inediti, ecco il decimo e, sino ad ora, ultimo album rilasciato dal gruppo californiano, dal titolo “Lightning Strikes Again”, come una delle loro canzoni più belle, e più hard, dall’album Under Look and Key.

I Queensrÿche, capostipiti del Progressive Metal

di roberto.vanazzi

24 marzo 2009

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I Queensrÿche sono state una delle band più innovative del panorama Heavy Metal degli anni ’80, tanto da essere considerati fra i padri del Progressive Metal. Credo quindi di non esagerare affermando che il quintetto di Seattle ha firmato alcune delle pagine più avvincenti, e convincenti, del rock duro di quel periodo.

Nel 1982 Geoff Tate, il cantante dalla voce straordinaria, i chitarristi Chris DeGarmo e Michael Wilton, il bassista Eddie Jackson e Scott Rockenfield dietro le batterie, hanno registrato un demo che ha attirato l’attenzione della EMI.

L’anno seguente è uscito il mini LP “Queensrÿche”, che presentava un sound vicino a quello degli Iron Maiden. Trainato dalla energica “Queen of the Reich”, dalla cui storpiatura è stato tratto il nome del gruppo, l’EP ha esaurito subito le prime  diecimila copie. Ristampato dalla EMI, esso è arrivato a vendere 165mila copie.

Il lavoro successivo, “The Warning”, uscito nel 1984 con l’apporto di James Guthrie, già collaboratore dei Pink Floyd, ha posto le basi per il superamento degli schemi tradizionali dell’Heavy Metal, che col tempo porterà il gruppo a proporre sempre nuove sperimentazioni musicali.
Forte di brani quali “Take Hold of the Flame” e la title track, l’album è stato valutato positivamente sia dalla critica, sia dal pubblico.

Il rock solenne, miscelato a tecnologie raffinate, e le liriche ricche di richiami orwelliani, sono il perno del successo di “Rage For Order”, del 1986, il disco metal decisamente più futuribile del periodo, nonché uno dei più belli della band di Seattle.
Le canzoni sono una sequenza di piccole perle: difficile scegliere la migliore. Se proprio devo citare un paio di titoli direi “I Will Remember” e “London”, ma è solo un giudizio personale.

In quel determinato momento, i Queensrÿche erano fra i pochi gruppi ad insistere nella ricerca creativa di nuove melodie. Un ulteriore esempio è “Operation Mindcrime”, uscito a due anni di distanza dal precedente, un concept-album narrativo, in cui le canzoni, che si susseguono senza soluzione di continuità, sono unite fra loro da una storia che si dipana brano dopo brano (come in The Wall dei Pink Floyd, tanto per intenderci).
Il top del disco è raggiunto dai 10 minuti di “Suite Sister Mary”, un affresco rock-sinfonico con tanto di cori gregoriani, ma anche da “Revolution Calling”, “Spreading the Disease” e “The Mission”.
Operation Mindcrime ha ottenuto forti consensi e ottime vendite, ed è considerato il capostipite del Progressive Metal.

Sono passati altri due anni e la band ha raggiunto l’apice della sua carriera commerciale con le 3 milioni di copie vendute di “Empire”. Il lavoro, con melodie più dirette e meno permeate di atmosfere oniriche rispetto al passato, presenta come punta di diamante la splendida ballad “Silent Lucidity”, alla quale aggiungerei l’orecchiabile “Another Rainy Night (without you)”.

Il tour che ne è seguito è stato per il gruppo il primo da headliners, ed è durato 18 mesi.

A quel punto era impensabile superare le vette raggiunte e, infatti, quando nel 1997 è uscito “Hear in the Now Frontier” il nuovo lavoro è stato accolto piuttosto tiepidamente dal pubblico, nonostante i singoli “You” e “Sign of the Times” avessero avuto un buon passaggio radiofonico.
La causa del passo falso è da ricercarsi nel fatto che i Queensrÿche hanno intenzionalmente voluto cambiare il sound del passato provando a dargli un’impronta Grunge.

Altri problemi sono intervenuti a minare la base della band di Seattle in quella stagione. La malattia di Tate, che ha costretto a cancellare numerose date del tour, il fallimento della EMI e, soprattutto l’abbandono di Chris DeGarmo.

Ecco quindi l’arrivo di un nuovo chitarrista, nella figura di Kelly Gray, di una nuova casa discografica, l’Atlantic e di un nuovo album da studio, “Q2K” (1999) che però ha ricalcato pari pari il suono di Hear in the Now Frontier, ottenendo il medesimo scarso successo.

Kelly Gray ha così lasciato il gruppo e, nel 2001, la band è passata ad una nuova casa discografica, la Sanctuary, per la quale, 2 anni più tardi, è uscito l’album “Tribe”, che ha visto DeGarmo contribuire con 4 brani, ma con Mike Stone ufficiale sostituto di Gray alle chitarre.

Nel 2006 un ritorno alle origini con l’uscita di “Operation Mindcrime 2”, sequel del lavoro del 1988, che ha ripreso la narrazione da dove si era interrotta. Ospite del disco, l’ex Black Sabbath Ronnie James Dio, che fornisce la voce a Doctor X, il cattivo della storia.
L’album ha riportato il gruppo ai vertici della classifica e nel cuore dei fans della prima ora.

L’ultima notizia, proprio di questo mese, è l’annuncio dell’uscita di scena di Mike Stone.

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